L’eco delle parole di Giovanni Veronesi, pronunciate a Tv2000, risuona con una chiarezza quasi ancestrale nel panorama contemporaneo del cinema italiano. “Mai la tv. Sulla mia lapide voglio scritto: ‘Ha fatto solo cinema’”. Una dichiarazione che, lungi dall’essere una semplice battuta a effetto, si erge a manifesto, a grido di battaglia per la purezza di un’arte che, sempre più spesso, si trova a negoziare la propria identità tra le mura di casa e il buio sacro della sala.

Per i nostri lettori, appassionati e addetti ai lavori, le parole di Veronesi non sono solo una curiosità aneddotica, ma un monito, una riflessione profonda sul valore intrinseco dell’esperienza cinematografica. In un’epoca dominata dallo streaming, dalla moltiplicazione delle piattaforme e dalla frammentazione dell’attenzione, il regista toscano si fa portavoce di una visione intransigente, quasi romantica, del fare cinema. Non si tratta di un’avversione ideologica verso il mezzo televisivo in sé – molte produzioni di qualità nascono e prosperano sul piccolo schermo – quanto piuttosto di una difesa strenua della specificità del linguaggio e della fruizione filmica. Il cinema, nella sua concezione più pura, è per Veronesi un rito collettivo, un’esperienza che si compie nell’oscurità condivisa di una sala, dove l’immagine è amplificata, il suono avvolgente e l’attenzione totale, non interrotta dalle notifiche o dalle faccende domestiche.

La sua affermazione ci invita a riflettere su cosa significhi realmente “fare cinema”. Non è solo una questione di budget o di distribuzione, ma di intento autoriale, di un approccio alla narrazione che sia pensato per il grande schermo, per l’immersione totale che solo la sala può offrire. Veronesi, con la sua lunga e variegata carriera che spazia dalla commedia d’autore a progetti più ambiziosi, ha sempre dimostrato una profonda conoscenza del linguaggio cinematografico, plasmando storie e personaggi con una sensibilità che si nutre proprio di questa consapevolezza del medium.

Il confine sempre più sottile tra cinema e televisione

Il dibattito sollevato da Veronesi è più che mai attuale. Negli ultimi anni, il confine tra cinema e televisione si è fatto sempre più labile. Molti registi di fama si sono cimentati con successo in serie TV, le produzioni televisive vantano budget e qualità paragonabili a quelli cinematografici, e persino i festival di cinema più prestigiosi hanno iniziato ad accogliere prodotti pensati per il piccolo schermo. Questa ibridazione, se da un lato ha aperto nuove opportunità creative e produttive, dall’altro ha alimentato il timore di una progressiva dissoluzione dell’identità cinematografica.

Le parole di Veronesi, quindi, non sono un rifiuto della modernità, ma un’esortazione a non perdere di vista l’essenza. Il suo desiderio che sulla sua lapide sia inciso “Ha fatto solo cinema” non è una dichiarazione di snobismo, ma una rivendicazione di integrità artistica. Significa aver dedicato la propria vita a un’arte specifica, con le sue regole, le sue estetiche e la sua intrinseca magia. È un messaggio per le nuove generazioni di cineasti, un invito a coltivare la visione di un cinema che sia, prima di tutto, un’esperienza per la sala, un evento da vivere insieme, al di là delle dinamiche del consumo domestico.

Per noi, redazione di “cinema italiano”, e per i nostri lettori, le dichiarazioni di Veronesi sono un prezioso spunto di riflessione. Ci ricordano che, nonostante le trasformazioni del settore, il cuore pulsante del cinema risiede ancora in quel buio, in quel grande schermo che ci trasporta in altre realtà. E che la passione per il cinema, quella vera, profonda, continua a manifestarsi anche in un desiderio, così radicale e sincero, di esserne stato un custode fedele, fino all’ultimo fotogramma.