La notizia che la “legge unica” sul cinema stia finalmente approdando in Aula è di quelle che, per noi addetti ai lavori e appassionati, dovrebbe scuotere l’attenzione. Eppure, il tono di un recente blog di settore che l’ha commentata con un laconico “Per il resto vige il principio: meno si sa, meglio si governa” getta un’ombra di pessimismo che merita di essere indagata. Cosa significa, in concreto, questa “legge unica” per il cinema italiano? E perché, nonostante la sua potenziale portata, sembra accompagnarsi a una tale aura di incertezza e sfiducia?
Innanzitutto, contestualizziamo. Da anni si dibatte sulla necessità di riorganizzare il complesso panorama normativo che regola il settore cinematografico e audiovisivo in Italia. Leggi frammentate, decreti attuativi che si accavallano, interpretazioni disomogenee: un vero e proprio labirinto per chiunque tenti di navigare tra finanziamenti, produzione, distribuzione e tutela del patrimonio. L’idea di una “legge unica” nasce proprio dall’esigenza di razionalizzare, semplificare e dare coerenza a un sistema che, sebbene ricco di talenti e storia, soffre di un’eccessiva burocrazia e di una scarsa prevedibilità.
Un testo normativo che ambisce a questa unificazione dovrebbe toccare nodi cruciali: la riorganizzazione degli enti preposti alla gestione e al finanziamento (come la Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, ad esempio), la revisione dei meccanismi di tax credit e tax shelter, la tutela del diritto d’autore nell’era digitale, il sostegno alla filiera produttiva in tutte le sue fasi, la promozione internazionale del nostro cinema e, non meno importante, la garanzia di accesso e diversità dell’offerta per il pubblico. Insomma, un’impresa titanica.
Il Velo dell’Opacità e le Aspettative del Settore
Ed è qui che si inserisce il commento disilluso sulla presunta opacità del processo legislativo. “Meno si sa, meglio si governa” è una frase che riecheggia una percezione diffusa: quella di decisioni prese nelle stanze dei bottoni, con scarso coinvolgimento degli attori del settore e, talvolta, con risultati che non rispondono appieno alle reali esigenze. Per un ambito come quello cinematografico, fatto di creatività, passione ma anche di investimenti economici e lunghe pianificazioni, la mancanza di chiarezza e trasparenza è un veleno lento.
Cosa ci si aspetta, dunque, da questa legge in Aula? Per i produttori, si spera in meccanismi di finanziamento più stabili e prevedibili, che riducano i tempi biblici tra domanda e erogazione dei fondi e che premino non solo il “grande cinema”, ma anche le produzioni indipendenti e innovative. Per i registi e gli sceneggiatori, la tutela del lavoro creativo e la promozione di nuove voci. Per gli esercenti, incentivi concreti per ammodernare le sale, favorire la ripartenza post-pandemia e affrontare la concorrenza sempre più agguerrita delle piattaforme streaming. E per il pubblico? Una maggiore varietà di opere, una migliore distribuzione e, in definitiva, un cinema italiano più forte e capace di parlare al mondo.
Il rischio, senza un coinvolgimento attivo e un dialogo aperto, è che la “legge unica” diventi l’ennesima torre di Babele burocratica, con nuove complessità che si aggiungono alle vecchie, e che la tanto attesa semplificazione si riveli un miraggio. La forza del cinema italiano risiede nella sua capacità di reinventarsi, di raccontare storie che emozionano e fanno riflettere. Per permettere che questa forza si esprima al meglio, servono regole chiare, stabili e lungimiranti, non un velo di incertezza.
Monitoreremo con attenzione l’iter di questa legge in Aula. La speranza è che il processo si apra a un confronto costruttivo, fugando ogni ombra e trasformando l’aspirazione a una “legge unica” in un concreto strumento di rilancio e non in un’ennesima occasione mancata per il nostro cinema.
