L’ultimo bacio: la normalità è la vera rivoluzione?

l'ultimo bacio

De L’ultimo bacio se n’è parlato tanto in questi ultimi 16 anni, sia bene che male. Quasi tutti hanno visto questo indimenticabile film firmato da Gabriele Muccino e quasi tutti possono ammettere che si tratta di un film ben girato e ancor meglio recitato. La trama del film è tanto banale quanto originale visto l’argomento trattato: la vita coniugale che fa il grande passo verso la nascita di un figlio e la conseguente paura di non farcela che sfoga in una fuga dalla realtà. È la storia di un bilancio esistenziale che molto ricorda American Beauty (voce fuori campo e biondina oggetto del desiderio inclusi) con l’ambizioso progetto di fotografare uno spaccato di vita reale quanto mai diffuso.

l'ultimo bacio

L’ultimo bacio: di cosa si parla nel film

L’Ultimo bacio racconta la storia di Carlo (Stefano Accorsi) e Giulia (Giovanna Mezzogiorno) sull’orlo di una crisi latente alimentata dall’insoddisfazione e lo straniamento di chi si sente fuori luogo e sta recitando continuamente una parte. Nemmeno l’imminente arrivo di un figlio può rimettere insieme i pezzi, anzi, l’annunciata gravidanza di Giulia è proprio il detonatore che farà esplodere l’armonia della coppia. Solo Carlo percepisce questa agonia? È forse l’amore a rendere cieca Giulia, o è semplicemente molto ingenua?

L’occasione per uscire dal tedio della vita che verrà ha i capelli biondi, 18 anni e di nome fa Francesca (Martina Stella), una ragazza spaventosamente ingenua ma con molta fiducia nel futuro e nell’amore.

Ma in piena crisi non c’è solo Carlo: anche gli amici della coppia vivono ognuno a modo suo, un intenso periodo di crisi fatta di insoddisfazioni e paura d’invecchiare, arrivare a quarant’anni, con una vita è già definita e finita e di ridursi come i propri genitori: una paura già vista in altri film di Muccino come Come te nessuno mai ambientato in un liceo occupato di Roma. Anche questi protagonisti non volevano essere come i propri genitori e dar sfogo a un’adolescenza che ha sete di personalità e affermazione di sé. I trentenni nel film non hanno una forte capacità critica anche se spesso forzata, degli adolescenti: sono ragazzini che hanno smesso di crescere ma anche di sognare e di sperare.

E dopo la paura e l’aver riconosciuto il problema cosa accade? Accade che si fugge, si scappa dal pericolo Ed ecco che gli amici incastrati in una vita insopportabile decidono di partire: sono Adriano, in crisi con la moglie Livia da cui ha avuto un figlio, il primo a rimuginare la decisione di andarsene di casa. Paolo, depresso a causa del padre malato e dell’abbandono da parte della fidanzata Arianna. Alberto, apparentemente sereno, passa da un’avventura all’altra, incapace di creare legami stabili.

L’ultimo bacio: l’immaturità che ci salverà

l'ultimo bacio

Tutti irresponsabili e tutti immaturi o illuminati da lungimiranza? In effetti i personaggi di Muccino sono dei benestanti perennemente insoddisfatti e annoiati alla ricerca di un’avventura, quello che cercano è qualcosa di nuovo, dicono. È proprio questa immaturità generale che rende perplessi, è il ritratto di una generazione che vuole sempre di più ma senza sapere cosa, e che non vuole responsabilità ma ci si trova immersa con tutte le scarpe. Una generazione convinta che con un piercing si possa dare dimostrazione di ribellione al prossimo.

Meglio descritte più sagge sono le donne nel film. Le donne che vedono i loro uomini abbandonare qualsiasi tipo di responsabilità per poter tornare bambini, le donne che sia con un figlio in arrivo che con uno già nato devono rimanere in piedi per tenere in vita quello che resta dei loro progetti.

Le donne infatti, pur se più propense ad accettare il loro ruolo sociale (e quindi ancora più conformate degli uomini se volgiamo), hanno almeno il dono del buon senso, o quanto meno ce l’hanno più spesso. Tutto il marcio di questo ritratto di trentenni insoddisfatti viene portato alla luce tra i personaggi, solo per ricucire dei rapporti falsi, o consolatori.

L’ultimo bacio: la normalità è la vera rivoluzione?

I personaggi si sostengono gli uni con gli altri grazie a un velo di opprimente conformismo, che tocca il fondo con la dichiarazione che “la normalità è la vera rivoluzione” per poi terminare con l’archetipo della casa-cane-giardino del finale. Tutti mentono, ma quasi mai sono costretti ad affrontare la verità (magari con altre menzogne). Si tratta di una spirale infinita che alla fine risucchierà anche l’unico dei personaggi principali che sembrava esente da colpe, Giulia. Nel finale infatti il personaggio interpretato da Giovanna Mezzogiorno troverà (forse) l’occasione di inciampare in un errore, forse per debolezza, forse per vendetta.

Probabilmente solo i più anziani protagonisti si salvano. La coppia dei nonni impara (solo alla fine e con non poche situazioni grottesche e imbarazzanti) che l’importante è riuscire ad accettare e ad amare ciò che ormai si è costruito da tanti anni, e sarà proprio il distacco dalle abitudini a rendere Anna (Stefania Sandrelli) nostalgica della propria vita coniugale da cui era temporaneamente fuggita.

La forza de L’ultimo bacio, senza dover giudicare regia o l’interpretazione degli attori, sta proprio nel fornire un ritratto tremendo perché assolutamente veritiero. Chiunque abbia visto il film di Muccino ha trovato una verità se non molte, a cui aggrapparsi e in cui riconoscersi. L’ultimo bacio è come uno Scene da un matrimonio che con uno stile più italiano e sicuramente più recente, disegna le crepe di una vita coniugale infestate da parassiti e imminente al crollo

L’ultimo bacio è un film che ha il grande pregio di far identificare gli spettatori con i personaggi e offrirgli un ritratto non solo di una vita dominata dalle menzogne e dall’opportunismo, bensì di una vita terribilmente familiare. Il ritratto di una vita reale contro cui prima o poi tutti vanno a sbattere e non solo a 30 anni. Seppur nel mero stile “Muccino” con troppe urla e troppo entusiasmo, L’ultimo bacio sa cogliere un fantomatico momento nella vita in cui il richiamo di una vita normale diventa assordante a tal punto da volerlo fuggire per rincorrere un sogno irrealizzato o un rimorso forse ancora recuperabile.

 

Il Caimano

Il Caimano - film italiani

Il  Caimano è stato definito “Il film della crisi”, una crisi riferita alla politica italiana e, di riflesso, al cinema di Moretti, connotato da una militanza politica marcatamente di sinistra.

L’evento mediatico, amplificato dalla geniale campagna promozionale messa in atto poche settimane prima delle elezioni politiche, ha creato un cult del cinema italiano: il film era atteso da tutti, sostenitori e detrattori di Moretti, partiti e neonati movimenti politici. Ma Il Caimano non è un film su Silvio Berlusconi, rimane un film di Nanni Moretti.

Il Caimano
Locandina del film Il Caimano

Una sfumatura notevole che ha deluso le aspettative di chi si è recato al cinema per vedere finalmente qualcosa di sinistra. Non perché il lungometraggio sia manchevole di ideologia, ma essa è sullo sfondo, suggerisce e non scuote, è analitica e non dirompente. Proprio come l’ex Presidente del Consiglio, prigioniero di un labirinto di specchi narrativi di Pirandelliana memoria.

Il Caimano: le riflessioni di Nanni Moretti sulla sinistra italiana

Moretti mette in scena la versione anni 2000 dei rivoluzionari anni 70, la gioventù, insieme alla ribellione, ha lasciato il posto ad una sorta di conformismo da anticonformisti.

Un museo della militanza che non ha nessun potere sul capitalismo finanziario, che si è evoluto più in fretta di quanto la sinistra sia riuscita a fare.  L’immobilità che pervade il film è una lunga riflessione sulle ideologie storiche e sulla crisi morale della società italiana, riflessione che tocca anche l’interno dell’individuo e i suoi ideali più profondi.

La fotografia ha il ruolo di sottolineare questo aspetto: i personaggi sono avvolti in una sorta di grigiore che stona con l’ingannevole brillare delle ballerine in televisione. Ha ragione un personaggio di questo film: “Quando pensi che gli italiani abbiano raggiunto il fondo, eccoli che si impegnano a scavare di nuovo”? 

Il Caimano - film italiani

La domanda, neanche troppo velata, che Moretti porge a sé stesso e allo spettatore è “Come e dove finiranno società e istituzioni?”

 

Il Caimano: una drammatica commedia

Incastrare un film come Il Caimano in categorie precise è un esercizio di stile: è una commedia a tratti vivace ma a sfondo drammatico, realistica e analitica.

I  principali riconoscimenti:

David di Donatello 2006

Miglior film a Nanni Moretti e Angelo Barbagallo
Miglior regia a Nanni Moretti
Migliore produttore a Nanni Moretti e Angelo Barbagallo
Miglior attore protagonista a Silvio Orlando
Migliore colonna sonora a Franco Piersanti
Migliore sonoro ad Alessandro Zanon

2007 – Nastro d’argento
Migliore produttore ad Angelo Barbagallo e Nanni Moretti (Sacher Film)
Migliore attore protagonista a Silvio Orlando
Migliore attrice protagonista a Margherita Buy

2006 – Ciak d’oro
Miglior film a Nanni Moretti e Angelo Barbagallo
Miglior regia a Nanni Moretti
Miglior attore protagonista a Silvio Orlando
Miglior attrice protagonista a Margherita Buy
Miglior sceneggiatura a Federica Pontremoli, Francesco Piccolo e Nanni Moretti
Miglior produttore ad Angelo Barbagallo e Nanni Moretti

2006 – European Film Awards
Nomination Migliore attore a Silvio Orlando

2006 – Festival di Cannes
Premio della città di Roma a Nanni Moretti
Nomination Palma d’oro a Nanni Moretti

Clicca qui per vedere il trailer de Il Caimano!

 

La meglio gioventù

La meglio gioventù è una perla del cinema italiano contemporaneo, opera colossale e smisurato romanzo di formazione, il film racconta gli ultimi quarant’anni di storia del Belpaese.

la meglio gioventù
locandina del film la meglio gioventù

Vincitore a Cannes 2003 nella prestigiosa sezione “Un certain regard”, l’opera diretta da Marco Tullio Giordana, abilmente sceneggiata da Sandro Petraglia e Stefano Rulli, racconta con passione il punto di vista dei personaggi e attraverso di essi tutta una serie di eventi e temi sociali: la contestazione giovanile del ’68, la crisi della Fiat all’inizio degli anni ’80, la nascita della lega di Bossi e le stragi della mafia. E lo fa senza mai scadere in toni didascalici e nella mera cronistoria dei fatti.

I personaggi del film sono fortemente caratterizzati, introspettivi, coraggiosi: il filo conduttore è la voglia di cambiare qualcosa, la volontà di lasciare un segno che possa modificare il presente e che dia speranza per il futuro.

“Era la mia idea di libertà. Pensavo che ognuno ha il diritto di vivere come gli pare”

Nicola Carati

Anche i personaggi che sembrano troppo immersi nei problemi quotidiani per ambire a cambiare lo status quo, sono alla continua ricerca di un senso, della vita, del mondo, delle loro relazioni.

La ricerca di questo senso si trasforma in un viaggio psicologico e sociale che ha reso questa pellicola un vero e proprio cult. Un film meraviglioso e commuovente senza essere banale, appassionato e disincantato allo stesso tempo.

La meglio gioventù: gli attori

Gli attori meritano una menzione particolare, perché hanno donato a questo film delle interpretazioni magistrali dall’alto valore artistico.

Luigi lo Cascio attore in la Meglio Gioventù
Luigi Lo Cascio

Sul podio c’è Luigi Lo Cascio, che dopo aver raccontato l’omicidio di Pier Paolo Pasolini e quello di Peppino Impastato ne “I cento passi”, continua a dimostrare un’eccellente espressività e recitazione artistica.

Affiancato da Jasmine Trinca, profonda e spontanea, a cui seguono Andrea Tidona e Fabrizio Gifuni, ai giovanissimi Alessio Boni, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Claudio Gioè.

La meglio gioventù è un film colto e consapevole. Non solo perché affronta tematiche che hanno lacerato la società italiana, come l’apertura dei manicomi, l’inquinamento industriale e l’accettazione dell’omosessualità, ma omaggia i maestri italiani del cinema, attraversi l’uso sapiente delle citazioni.

Già il titolo è un omaggio a Pierpaolo Pasolini: La meglio gioventù è il titolo di una sua raccolta di poesie, inoltre il film è ispirato ad una grande opera del cineasta Visconti, Il Gattopardo.

La meglio gioventù: la trama

L’opera è una saga familiare che attraverso le vite di due fratelli, Matteo (Alessio Boni) e Nicola (Luigi Lo Cascio), racconta la storia di una generazione.

Questo viaggio inizia nella stanza di Matteo, dove i protagonisti sono i libri, simbolo della cultura e presenza costante in tutta l’opera, da quelli di scuola a quelli recuperati dopo l’alluvione di Firenze. I libri rappresentano l’identità e il collante della vita dei protagonisti, forse di un’intera generazione.

 “Mi hai detto che ti piacciono i libri? Perché uno un libro può decidere di chiuderlo quando vuole. Nella vita invece è diverso, non sei tu che decidi”

Mirella Utano

I richiami al cinema di Visconti sono evidenti in alcune scene: magistrale quella in cui Matteo torna in famiglia la notte del primo dell’anno, ispirata al film “Rocco e i suoi fratelli”.

I personaggi vengono presentati con uno sguardo quasi letterario. Lo spettatore conosce Giulia (interpretata da Sonia Bergamasco) attraverso un’inquadratura laterale che la coglie mentre sta suonando il pianoforte, Giorgia (Jasmine Trinca) da un sinuoso movimento in soggettiva che appare intimo e delicato.

La riservatezza della macchina da presa è un’espediente cinematografico ampiamente utilizzato nel film.

«Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni».

Daniele Sesti

Le vite personali dei protagonisti scorrono parallele, i due fratelli si perdono e s’incontrano, si isolano per poi riunirsi a livello profondo.

Il personaggio di Nicola incarna, pur mantenendo una propria individualità, il carattere conformista della borghesia, Matteo rappresenta il lato più intransigente e radicale che non riesce ad adattarsi al senso comune e alle regole sociali.

L’elemento di unione, collante della storia, è il personaggio di Giorgia, una giovane ragazza con problemi psichiatrici mai compresi e curati, vittima dei metodi barbari e delle ingiurie del manicomio, che viene salvata dall’intervento dei due fratelli.

La meglio gioventù: dalla tv al cinema

Il film è il risultato di un lavoro commissionato dalla RAI alla Sacher di Moretti e nasce come miniserie televisiva.

La messa in onda venne sospesa a causa del timore di non conquistare l’audience, ma dopo la presentazione al 56esimo Festival di Cannes, e il successo ottenuto al festival francese, la pellicola uscì direttamente nelle sale nel giugno del 2003 e poi in televisione nel dicembre dello stesso anno.

In USA il film ha ricevuto un’ottima accoglienza, il titolo è stato tradotto in “The Best of Youth”.

Le critiche al film

Lo stile del film è di natura televisiva, caratteristica che ha focalizzato le critiche degli esperti di cinema.

A soffrire non è la sceneggiatura ma la realizzazione tecnica: la grana dell’immagine a tratti rozza e non adatta al grande schermo, le inquadrature e in generale una sorta di semplicismo che non rende onore alla grandezza della storia.

Al film è stato criticato l’abuso dei cliché e di citazioni fin troppo intellettuali. Ma lo abbiamo ammesso dall’inizio di questo articolo: La meglio gioventù è un film colto, pensato e realizzato per un pubblico informato e raffinato.

“Non sta succedendo proprio niente. È tutto finto. Volevano solo gli stracci, i cretini come me che si sono fatti beccare. Ma gli altri, mi creda, sono tanti e continuano a fare esattamente come prima: rubare indisturbati. È l’Italia. Non l’ho fatta io, e certo nemmeno lei. È l’Italia che hanno fatto i nostri padri”

Dichiarazione del politico detenuto nel film

 

Scheda del film La meglio gioventù

 

PRODUZIONE: Italia 2002

GENERE: Drammatico

DURATA: 366′

INTERPRETI: Luigi Lo Cascio, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Fabrizio Gifuni, Jasmine Trinca, Alessio Boni, Camilla Filippi

SCENEGGIATURA: Sandro Petraglia, Stefano Rulli

FOTOGRAFIA: Roberto Forza

MONTAGGIO: Roberto Missiroli

SCENOGRAFIA: Franco Ceraolo

COSTUMI: Elisabetta Montaldo

Lettere di uno sconosciuto: una drammatica finestra sulla Rivoluzione Culturale Cinese

Fino a dieci anni fa probabilmente questo film non avrebbe mai passato il test della censura imposta dal governo cinese. Ciò non significa che Zhang Yimou non abbia mai girato film che puntassero il dito contro gli orrori del regime in passato. Accadde infatti già con Story of Qui Yu, Ju Don e Lanterne Rosse. Ma mai prima di Lettere di uno sconosciuto Zhang Yimou era stato così diretto. Lettere di uno sconosciuto è un film del 2014 che racconta con estrema verità del periodo di una Cina appena nata e già infestata dalla piaga della Rivoluzione Culturale Cinese imposta da Mao Zedong.

Un dramma sulla famiglia

Rivoluzione Culturale Cinese

Lettere di uno sconosciuto è un film drammatico che incornicia la storia di una famiglia elegantemente unita nonostante le difficoltà. Dalla prima scena in cui delle ragazze ballano sulle musiche di una delle uniche otto opere ammesse durante la Rivoluzione Culturale “Il reparto rosso delle donne”, subito fuoriesce il clima dell’intero film e la sua inamovibile posizione nel tempo. Una madre (Gong Li, musa di Zhang Yimou e già protagonista di molti suoi film tra cui Lanterne Rosse) e sua figlia vengono informate dell’evasione del marito dal carcere e vengono avvertite di non aiutarlo in alcun modo nel caso si fosse presentato a casa. La risposta della giovane è chiara e convinta:  “Non ho nulla a che fare con quell’uomo, obbedirò alle decisioni del Partito”. La madre invece tace e il suo silenzio vale più di mille parole.

Il padre torna a casa e come previsto cerca di intrufolarsi per riunirsi alle donne della sua famiglia ma la giovane, figlia della Rivoluzione Culturale ancor prima che di suo padre, lo denuncia al Partito che immediatamente spedisce l’uomo in un campo di lavoro per essere “rieducato” alle regole. L’uomo era un professore e come tutti gli intellettuali della nazione la sua conoscenza avrebbe dovuto subire un brusco reset per far spazio al nuovo dogma Maoista.

Rivoluzione Culturale Cinese

20 anni dopo, quando il vento della rivoluzione culturale aveva già smesso di soffiare, l’uomo e padre di famiglia viene liberato e può finalmente tornare verso la stessa casa che pochi decenni prima l’aveva tradito e respinto. Ad attenderlo una figlia che ormai non balla più ma che impegna i suoi sforzi in una fabbrica tessile e una moglie traumatizzata che stenta a riconoscerlo e non vuole ricordare per non dover tornare a un periodo di immenso dolore. Ed è a questo punto che iniziano a riaffiorare i ricordi per dar luce alla speranza di un uomo che oltre alla sua dignità sembra aver perso anche le persone a lui un tempo care.

La Rivoluzione Culturale Cinese di Zhan Yimou

Il regista Zhang Yimou descrive con sapienza iil tempo e lo spazio di questa drammatica storia mettendo a nudo l’amara verità dietro uno dei periodi più bui che la Cina moderna abbia mai affrontato. Un periodo che descrive con minuziosa attenzione, dai minuscoli appartamenti ai luoghi pubblici sempre troppo affollati fino alla percezione della fastidiosa sensazione di avere sempre gli occhi puntati addosso, di essere sempre osservati e giudicati.

La Rivoluzione Culturale descritta da Zhang Yimou in Lettere da uno sconosciuto è la causa, la malattia, il parassita che ha infestato il nucleo familiare, il focolare che da sempre ha rappresentato e rappresenta per i suoi membri protezione e stabilità. Ma nella Cina degli anni ’60 l’unica famiglia è il Partito e l’unico padre Mao.

Lettere di uno sconosciuto è sicuramente uno dei film più maturi e consapevoli mai girati da Zhang Yimou che per la sceneggiatura ha attinto a piene mani dall’omonimo romanzo della scrittrice Yan Geling. È consigliato a chi poco o niente sa delle atroci conseguenze della Rivoluzione Culturale e anche a chi non ha timore di farsi scappare qualche lacrima durante la visione.

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Il Cinema Italiano Contemporaneo

La storia del cinema italiano, quella gloriosa, rimasta nella memoria popolare è quella della “Dolce Vita”. Negli anni del boom economico la produzione nostrana è stata in grado di esercitare una reale concorrenza sul piano internazionale con le produzioni americane. Dalla metà degli anni Settanta ha subito profondi mutamenti strutturali che ne hanno stravolto il mercato, la produzione, i modelli narrativi, le tematiche trattate e le poetiche autoriali.

storia del cinema italiano

Oggi esiste un cinema italiano contemporaneo, denso di autori e attori di grande talento, più discontinuo degli anni precedenti ma al passo con i tempi e in grado di raccontare le trasformazioni sociali in atto nel nostro Paese. È la capacità di raccontare le sfumature ad aver fatto grande il nostro cinema.

La settima arte, per sua natura, è spazio di condivisione, discussione, processo e condanna di idee sociali e culturali che attraversano la società. Una funzione che va oltre “lo specchio dei tempi”, poiché è rielaborazione, racconto e testimonianza, dei fatti storici, delle mode, dei riti e dei miti nazionali, dei comportamenti pubblici e privati, dei mutamenti del costume e del consumo. Il cinema italiano è caratterizzato più di altre cinematografie nazionali da questo istinto sociologico, a cui si unisce il valore artistico delle pellicole prodotte.

Iniziamo questo viaggio con tre film che hanno inaugurato nuovi linguaggi e sottogeneri, divenuti veri e propri cult del cinema italiano contemporaneo.

L’ultimo bacio

l'ultimo bacio

L’ultimo bacio diventa da subito simbolo di una generazione, quella dei trentenni e dintorni, indecisa e restia a compiere il passo verso l’età adulta, a disagio negli schemi dettati dalle regole sociali ma incapace di romperli. Giovani che si sentono meno giovani, cresciuti all’interno di famiglie definite normali, affetti da depressione cronica e alla ricerca disperata di un qualcosa, un sentimento d’amore, un ideale, una meta che dovrebbe porre fine a ogni forma di frustrazione. Una pellicola toccante, dall’alto valore artistico e capace di descrivere la società partendo dall’individuo e dai suoi sentimenti.

L’ultimo bacio – 2001 – regia di Gabriele Muccino

La meglio gioventù

la meglio gioventù

La meglio gioventù è un’opera che guarda al passato per tentare un bilancio del presente, il film prova a rintracciare nella storia i segni premonitori di ciò che l’Italia, e gli italiani, sono diventati. Le forme in incubazione della crisi sociale e il buono che, nonostante tutto, continua ad esserci. Opera colossale e smisurato romanzo di formazione, dal titolo ispirato all’omonima raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini, La meglio gioventù segna un punto fermo nella recente storia del cinema italiano, anche grazie allo splendido apporto dei due giovani protagonisti.

La Meglio Gioventù – 2003 – regia di  Marco Tullio Giordana

Il caimano

Il Caimano
Locandina del film Il Caimano

De Il caimano si è discusso molto già prima della sua uscita, a ridosso delle  elezioni del 2006. Il film è, infatti, ispirato alla figura di Silvio Berlusconi. Il personaggio pubblico, imprenditore e politico, viene però ovattato all’interno di una finzione debitrice di Borges e Pirandello, e di un labirinto di specchi narrativi a tratti vertiginoso. Pirandelliano è proprio il personaggio di Berlusconi, interpretato da diversi attori: quello immaginato dalla protagonista, quello interpretato da Michele Placido, quello vero nelle sequenze di repertorio, e c’è infine quello cui lo stesso Moretti offre il suo volto. È questo gioco in cui l’autore divora l’immagine del suo nemico sostituendosi a lui nell’ultima apocalittica sequenza a caratterizzare il film come grottesco e geniale.

Il Caimano – 2006 – regia di Nanni Moretti

Smetto Quando Voglio: la nuova commedia italiana

Smetto Quando Voglio è una commedia che è anche e soprattutto ironia sociale, denuncia dei vizi e virtù del BelPaese, e che coinvolge un’intera generazione. Sono i numeri a confermarlo: il primo capitolo ha incassato 4,5 milioni di euro, seguito dalla “Masterclass” che ha sfiorato i 3,5 milioni di euro e ha generato un fumetto e un videogioco online.

smetto quando voglio foto

 

I tratti in comune con la filmografia americana contemporanea sono evidenti sin dalle prime inquadrature, la vista aerea di Roma notturna, che ricorda vagamente Los Angeles, più marcati nella fotografia, caratterizzata da una correzione di colore acida e satura, tecnicamente nota come “flou pop”, per chiudere il cerchio con un montaggio ritmato, fresco e vivace.

Con i primi due capitoli il regista Sidney Sibilia ha dimostrato che è possibile realizzare una comedy tutta italiana che strizza l’occhio alle produzioni americane senza perdere la propria identità. Un concept che va oltre i limiti evidenziati dai critici del cinema italiano, come l’autoreferenzialità e la tendenza a proporre sempre format drammatici.

 

“Il punto è che se vogliamo fare gli scemi, allora facciamo gli scemi bene. Funziona così…Se deve essere una operazione facciamo l’operazione più para-americana, becera che fa ridere. Fatta bene, ma becera”
Sidney Sibilia

Il primo capitolo della saga: Smetto Quando Voglio

Ambientato nella Roma dei nostri tempi, il film narra la storia di un gruppo di brillanti ricercatori universitari che tentano di sfuggire alla precarietà esistenziale e lavorativa producendo e spacciando smart drugs.
A fondare il gruppo è Pietro Zinni, un ricercatore neurobiologo, a cui non viene rinnovato l’assegno di ricerca. Nemmeno il suo algoritmo per la modellizzazione teorica di molecole organiche ha incontrato il favore della commissione finanziatrice.

Disoccupato, Pietro non ha il coraggio di dire la verità alla sua compagna Giulia e ha un’idea: utilizzare le sue conoscenze scientifiche per creare una nuova droga, sfruttando una molecola non ancora catalogata come sostanza stupefacente dal Ministero della Salute. Decide così di chiamare a raccolta amici e colleghi, tutti ex ricercatori universitari che sono costretti a fare lavori inadeguati rispetto alle loro qualifiche.

Il folle piano di Pietro diventa realtà: la produzione è legale, il lucro che ne deriva no, ma “i tempi sono questi”, lo scopo è guadagnare soldi e vedersi restituita un briciolo di dignità. Le cose poi prendono un’altra piega…

Smetto quando voglio Masterclass

Smetto quando voglio – Masterclass è il prequel di Smetto quando voglio del 2014, in quanto le vicende narrate si svolgono prima della scena finale del primo capitolo. L’associazione a delinquere “con il più alto tasso di cultura di sempre” decide di ricostituirsi quando una poliziotta propone un patto al capo, Pietro Zinni.

Sul piatto c’è lo sconto di pena per lui e la fedina penale pulita per i componenti del gruppo, in cambio dovranno aiutare le forze dell’ordine a vincere la battaglia contro le smart drug. Ancora una volta toccherà ai talenti incompresi recuperare altri cervelli in fuga e lavorare insieme per stanare i creatori delle nuove droghe. Pietro non può rivelare nulla del suo nuovo incarico alla compagna Giulia ed è costretto ad inventare con lei bugie sempre più colorite.

Smetto Quando Voglio- Ad Honorem

La banda dei ricercatori è di nuovo riunita per fermare il folle piano di uno scienziato pazzo. Pietro Zinni è in carcere e con lui tutta la banda. Ma non possono rimanerci a lungo perché in giro c’è Walter Mercurio (interpretato da Luigi Lo Cascio) che è pronto a fare una strage e solo le migliori menti in circolazione possono fermarlo, ma stavolta avranno bisogno dell’aiuto del nemico storico, Murena (interpretato da Neri Marcorè), per evadere dal carcere di Rebibbia. Ma chi è Walter Mercurio? Cosa nasconde?

La 01 Distribution ha reso disponibile la clip con il “making of” di Smetto Quando Voglio – Ad Honorem 

Svelata la line-up del Macao Film Festival 2017

Manca pochissimo alla seconda edizione del festival del quasi neonato festival del cinema: il Macao Film Festival 2017 aprirà le porte al pubblico e alla stampa a partire dall’8 dicembre fino al 14 dicembre e lo farà con la premiere (Hong Kong /Macao) di Paddington 2.

Molte novità nell’edizione di quest’anno: i film in competizione al festival è aperto solo a registi debuttanti o appena al secondo lavoro. Una mossa audace e fuori da ogni schema che cerca di incentivare i nuovi talenti e premiare con 60 mila dollari il cineasta che porterà a casa la targa di Miglior Film.

I film in programma al Macao Film Festival 2017

Alcuni titoli già resi noti che parteciperanno al festival? Beast di Michael Pearce che uscirà nelle sale internazionali ad aprile 2018, Custody di Xavier Lengrand, Foxtrot di Samuel Maoz e Wrath of Silence di Xin Yukun.

Altri titoli in gara:

  • Borg McEnroe di Januz Metz
  • Hunting Season di Natalia Garagiola
  • My Pure Land di Sarmad Masud
  • The Cakemaker di Ofir Raul Grazier
  • The Hungry di Bornila Chatterjee
  • Three Peaks di Jan Zabeli

Il vincitore del Macao Film Festival 2017 verrà selezionato da una giuria di esperti tra cui il presidente dell’edizione Laurent Cantet, la direttrice Jessica Hausner, lo scrittore Lawrence Osborne, l’attrice e regista Joan Chen e il regista Royston Tan.

Premiere e proiezioni fuori gara

Non solo film in gara: come ogni festival del cinema di tutto rispetto anche il Macao Film Festival ha le sue proiezioni di film non in competizione come Journey’s End di Saul Dibb in esclusiva asiatica, il tenerissimo ed emozionante film Okja prodotto da Netflix e proiettato per la prima volta a Macao e, infine, Samui Song del regista tailandese Pen-ek Ratanaruang.

Largo spazio non solo alle nuove proposte ma anche ai film già vincitori di altri illustri festival internazionali del cinema come Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino, The Florida Project di Sean Baker, Angels Wear White di Vivian Qu e Sweet Country di Warwick Thornton.

Il 2018 sarà l’anno dei 30 anni de L’ultimo imperatore, il film vincitore di 9 premi Oscar agli Academy Awards del 1988 diretto da Bernardo Bertolucci. Gli organizzatori del Macao Film Festival renderanno onore al trentennale anniversario con una speciale proiezione del film. A seguire anche una presentazione del film vincitore del Leone D’Oro al Festival di Venezia, La forma dell’acqua.

Altro onorevole ospite al Macao Film Festival 2017 sarà il giapponese Yôjirô Takita, regista vincitore del premio Oscar come Miglior Film Straniero grazie a Departures, che presenterà in anteprima internazionale il suo nuovo The Last Recipe.

Il direttore artistico del festival, Mike Goodridge, che presiede questa carica da questa edizione, ha dichiarato: “Dalla proiezione di apertura al festival di Paddington 2 alla line-up composta solo da opere prime o seconde, passando per i gala spettacolari e le presentazioni speciali, credo che abbiamo messo su un festival con il meglio dell’anno da offrire al pubblico. Non vedo l’ora che tutti questi registi arrivino al Macao Film Festival a presentare le loro opere”.

Dunque, la seconda edizione del neonato Macao Film Festival sta per arrivare e aprirà le sue porte dall’8 dicembre e fino al 14. Curiosi di sapere chi sarò il miglior regista esordiente?